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Posted on April 6th, 2008 at 7:47pm —
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Posted on March 28th, 2008 at 4:47pm —
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IL COCCOLONE: DIAGNOSI, PREVENZIONE E CURA
Al fine di proteggere la specie umana di sesso femminile da orrende mutazioni della cui esistenza già gli studiosi di tutto il mondo stanno prendendo atto, bisogna escludere dalla ricettività delle donne le categorie dei fascinosi, dei pulcini bagnati, dei timidi, dei galanti, degli introversi, dei dinoccolati e dei finti pensatori (di quelli che, per intenderci, mostrano grandi sofferenze, bisogno d’amore ed altri ammennicoli ma che, in realtà, non sapendo cosa dire, stanno zitti attendendo le mosse della loro vittima) .
Quando la preda di sesso femminile scorge, con lo stesso orgoglio che provò Sabin scoprendo l’antipolio, i lucciconi nei loro occhi da eterni bambocci, ormai è troppo tardi: essa è già passata alla condizione di vittima amorevole ed accogliente.
La specie dei predatori ‘coccoloni’ è tra le più insidiose esistenti in natura: la loro capacità mimetica è sorprendente.
Nella stagione degli amori prediligono nascondersi dietro mazzi di fiori profumati; assumono le spoglie di romantici cavalieri erranti indossando armature di cartapesta trafugate nei negozi dei cinesi. Emettono, per annientare la preda già disorientata, cacofonie sussurranti rubate a cioccolatini famosi (ad es. frasi del tipo”dal cuore del cuore”, “la profondità del mio amore è come quella del mare”, “potrei annegare nei tuoi occhi”, ecc.).
La grande pericolosità di questi ominidi è accentuata dalla loro apparenza inerme ed infantile.
Nascondono accuratamente i loro artigli, i loro canini aguzzi, le loro ventose vermiglie ed i loro calzini puzzolenti fino a quando l’ignara vittima raggiunge uno stato di stordimento e regressione simile all’ipnosi.
Solo allora attaccano e, da veri saprofiti, distrutto il nucleo vitale dall’essere di sesso femminile, si appropriano di ogni sua capacità di autonomia e raziocinio.
Lasciano accuratamente alla preda, solo un ottuso condizionamento pavloviano ad eseguire ordini al comando: << AMO’! >>.
A questo richiamo le donne plagiate rispondono obbedendo, nel loro ottundimento cerebrale, ciecamente orgogliose di essere utili al loro amante (scarso)-figlio (vorace)-padrone (implacabile)-coccolone (infido).
IDENTIKIT DEL PREDATORE
Guardando intorno a voi con attenzione, riconoscerete l’“hominidis coccolonis” con grande facilità:
1) Nei supermercati affianca malvolentieri la propria ‘metà’(!?) che spinge faticosamente il carrello stracolmo ma, con fini modi da cavaliere d’altri tempi, cede prontamente il passo alla bionda superdotata che lo affianca.
Se, nel moto repentino, il cucciolo di predatore al traino ha avuto il cattivo gusto di precipitargli tra i piedi, egli, istantaneamente, lo solleva con l’istinto di buttarlo nel primo cassonetto.
L’ impulso viene a stento inibito e sostituito con carezza melliflua al piccolo intontito e sorriso languido alla bionda di cui sopra;
2) Nella sua tana, a cui non è facile accedere quando si spoglia dei colori della seduzione, entriate voi da postini o innocenti vicini di casa, vi sarà difficile riconoscerlo: lo vedrete, senza
travestimenti, stravaccato sul divano vicino al televisore.
Vi apparirà nella sua originaria forma: testa, mani ed estremità inferiori (sovente maleodoranti) che fuoriescono da un pigiama sformato (preferibilmente largo di cavallo) nel cui interno a malapena si intravedono, inutili e ballonzolanti, quegli stessi mediocri attributi a cui in pubblico, indossando jeans attillati, viene fornito, con sapienti accorgimenti, esibizionistico ed onorevole rilievo.
3) Durante l’attività di caccia è identificabile attraverso alcuni semplici comportamenti: come i vampiri suoi simili rifugge dall’aglio (che assume invece abbondantemente nei week-end dedicati al divano ed alla tv). Ben rasato e cosparso di pregiate essenze si tiene lontano dai luoghi illuminati e frequenta piccoli hotel fuori mano o, in emergenza, luoghi periferici all’aperto, popolati da altri esemplari della sua specie.
Le autorità scientifiche internazionali hanno comunemente identificato e codificato con il termine di ‘scoperìe’ i citati poetici siti.
4) Quando inizia la fase calante della loro produzione gonadotropinica, proclamano ufficialmente ad istituzioni, associazioni filantropiche ed in luoghi affollati di culto, la loro sacrificale condizione di mariti e padri integerrimi, felici e determinati sostenitori della famiglia, intesa nella sua accezione più tradizionale.
Sono questi sintomi preoccupanti: l’hominidis coccolonis è entrato nel suo periodo esistenziale più critico, con molte probabilità ha frequenti accoppiamenti con un esemplare di “Troia vulgaris”, femmina della sua stessa specie.
Da tali accoppiamenti l’hominidis coccolonis torna alla propria tana stravolto e rischiosamente propenso all’aggressività.
IDENTIKIT DELLA PREDA
Anche la preda preferita dell’ hominidis coccolonis, comunemente denominata “femina adorans”, è identificabile riconoscendo i seguenti segni:
1) E’ una mutante.
A conferma di ciò si consiglia di confrontare la foto del suo matrimonio con un’altra recente per scoprire che sembra trattarsi sostanzialmente di due persone diverse: verificherete, senza dubbio, che la silfide sorridente e radiosa vestita di bianco si è trasformata in un essere indifferenziato la cui sintomatologia depressiva è inversamente proporzionale al livello di autostima.
Riscontrerete, perplessi, la corrispondenza dei dati anagrafici tra le due creature.
2) E’ frequente scoprirla nella tana del predatore, in tempi diversi da questi ( ad es. la troverete: in cucina a spignattare prima che la belva si avventi sul ”fiero pasto”; in bagno a ripulire dopo le sue distratte e maleodoranti incursioni; a letto, mentre lui frequenta talami di generose ospiti).
E’ possibile anche trovarla, sempre di corsa e con i suoi piccoli scalcianti al seguito, in luoghi ameni quali farmacie, ambulatori pediatrici, androni di scuole ed asili comunali.
Raramente la troverete nei luoghi di culto, non per suo tendenziale ateismo, ma per il timore che essa ha di addormentarsi per la stanchezza sulle panche nella soporifera semioscurità di tali siti.
3) L’esemplare di femina adorans, a volte, presenta sporadici momenti di coscienza repentinamente esorcizzati da tossine mnemoniche di déjà-vu della fase di corteggiamento o subculturali di fedeltà coniugale (similari all’accanimento terapeutico di alcune terapie intensive).
In quegli istanti l’esemplare manifesta: raddrizzamento posturale, vitalità non maniacale dei gesti, lucentezza e limpidezza dello sguardo.
Si sottolinea che questi episodi si presentano raramente e sono, purtroppo, caratterizzati da scarsa intensità e durata.
4) Quando inizia la fase ormonale definita “climaterio”, la femina adorans, forse a causa dei condizionamenti biochimici, forse per il naturale disincanto che colpisce i cronici di ogni tipo, inizia ad osservare il mondo circostante con rinnovata attenzione. Immediatamente identifica sia il suo persecutore che le sue strategie occulte di dominio e se ne immunizza. Questa fase, se il soggetto ha capacità di rispolverare le sue residuali-accartocciate doti di autostima e raziocinio, può essere prodromica di singolari eventi di guarigione.
LA PREVENZIONE
Fortunatamente l’hominidis coccolonis, appartiene ad un livello molto basso della scala evolutiva.
Pertanto le prede designate, se a conoscenza dei suoi comportamenti e dei pericoli, possono facilmente autoimmunizzarsi.
Le strategie di protezione più semplici sono: l’attenta osservazione dell’esemplare e la squalifica del suo ego narcisisticamente patologico.
Risultano particolarmente efficaci atteggiamenti irridenti sulle sue modalità di corteggiamento contraddistinte da: movenze a ruota di pavone (o, in alternativa, da bambino timido); deambulazione da ‘galletto Vallespluga’ (o da poeta maledetto); sfioramenti suadenti da polpo (intercalati da sorrisi incantati).
LA CURA
Per le malcapitate vittime, per le quali si auspica la guarigione prima della salvifica fase della menopausa, la cura è multifattoriale.
E’ protocollo condiviso prescrivere una terapia di autostima, amore per la gente e per l’arte nonché consapevolezza del processo degenerativo del proprio assetto corporeo.
Vivamente consigliabile un nuovo amore, possibilmente con individui appartenenti alla specie ‘homo sapiens affettuosusquae’, specie fortunatamente più comune di quanto sembri.
LA PROVA SCIENTIFICA
E’ possibile effettuare verifica empirica dei presupposti scientifici citati effettuando il metodo dell’osservazione diretta:
girate per i supermercati evitando accuratamente di deprimervi nell’osservare le coppie patologiche di vittime e coccoloni; guardate le donne, a volte sole e a volte con i loro compagni, che sorridono controllando la qualità del radicchio. Scrutate, da contraltare, le nuove coppie composte da avvizziti hominides coccolonis e Troiae vulgares . Probabilmente vedrete i primi spingere carrelli stracolmi e le seconde sfiorare con voluta distrazione e push-up costosi corpi di coccoloni più giovani, ipocritamente galanti, con preda e cuccioli ansimanti al seguito.
Buona fortuna, donne, abbiate cura di voi e ricordatevi di fare prevenzione!
Storia di un grande amore
Dottoressa, vi presento il mio fidanzato Carlo , ma io lo chiamo col suo vezzeggiativo: Gaetano.
Di fronte a me era una bellezza alquanto ‘esotica’ e non proprio filiforme, dalla capigliatura molto più avvezza all’acqua ossigenata che allo shampoo. Il suo sorriso, orgoglioso per la merce offertami alla vista, mi attraeva con una contagiosa simpatia, forse dovuta al rosso scarlatto un pò sbavato delle labbra grosse.
La ‘merce’ su cui il mio stanco sguardo si posò era un ometto smilzo, allampanato, dal sorriso timido e incerto, con degli incredibili capelli brizzolati dritti sulla testa come le spazzole del mio ultimo aspirapolvere.
I due fidanzati mi erano già noti: dai tempi del liceo li avevo incontrati spesso per strada, mano nella mano, racchiusi nel loro mondo, del tutto impermeabili ai motteggi dei buontemponi e degli scugnizzi della nostra piccola città.
Con lei avevo già scambiato qualche parola quando, qualche giorno prima, aveva trovato il coraggio (così mi aveva confidato) di fermarmi nel supermercato sotto casa.
Ero, lo ricordo perfettamente, in quella particolare condizione di intolleranza nella quale le donne si trovano spesso: minuti contati, carrello stracolmo, fila alla cassa col portafogli che ha deciso di occultarsi nell’angolo più recondito dell’immancabile borsa/pozzo-di-San-Patrizio.
Innocenza mi si avvicinò e, col migliore dei suoi approcci mi chiese: << Scusate, siete lei da dottoressa dell’Inàm? >>.
Sulle mie labbra un sorriso cordiale, riconoscente per l’arcaica commistione tra fantasiose coniugazioni e vaghi accenti islamici, abortì malamente a causa del dito indice incastrato nella cerniera dell’insaziabile borsa.
Lei, anima generosa di antico lignaggio, finse graziosamente di non accorgersene e mi chiese un appuntamento al mio studio.
Si, proprio quello dell’Inàm!
L’avevo ovviamente dimenticata quando fece la sua teatrale apparizione nella sala dei colloqui col suo prestante cavaliere senza macchia e senza paura.
Alle loro spalle riuscii ad intravedere, mentre si richiudeva la porta, l’espressione sogghignante ma benevola dei miei collaboratori, mai abbastanza avvezzi alle mie frequentazioni con ‘pittoreschi’ cittadini che chiedono informazioni sul ticket sanitario (più familiarmente chiamato tic), sull’eventuale inclusione di un congiunto anziano nell’aucertificazione per l’esenzione dalla spesa sanitaria (<< Come si carica il nonno sul libretto? >>) o, più semplicemente, mi consultano per sapere qual è il miglior medico piziatrico, artopedico, ostretico, culistico (quest’ultimo per particolari problemi alle palle degli occhi).
Chiedo scusa al paziente lettore, o meglio, al lettore paziente, per la divagazione tesa solo a condividere il senso della mia professione di aiuto, che ha risvolti spesso umani ed innocentemente ilari.
Dunque all’Inàm, quel giorno di quattro anni fa, giunse Innocenza ed il suo ‘vezzeggiato’ Gaetano.
Tralascio, solo per amore del mio lettore, la pantomima del
<< Gaetà, caccia fuori dai calzoni tutto per la dottoressa >>
<< Innocè, questo documento non c’incentra, è la carta di abbracciante agricola!>>), la supervisione chiestami per chilometrici conti del bottegaio scritti su carta per avvolgere i salumi, foto sgualcite di famiglia nonché pagelline di defunti di sesso maschile e femminile, tutti con imponenti baffi.
Dopo circa un’ora di convenevoli, confidenze e confusione arrivai ad identificare il bisogno (come scrivono i bravi assistenti sociali): Innocenza mi chiedeva, per sé e il suo amato bene, un posto di lavoro e l’onore di essere sua madrina al matrimonio che, dopo appena trentatrè anni di fidanzamento, avrebbe coronato la loro tenera storia d’amore.
Mi barcamenai così tra telefonate a persone di buona volontà ( che notoriamente hanno possibilità inversamente proporzionali alla loro bontà) e a politici con scrupoli e senza (pochi i primi e molti i secondi). Tutti promisero, pochi mantennero.
Spesso Innocenza e Gaetano, dopo quel primo e sconvolgente colloquio, tornarono a trovarmi ed erano loro a confortare me per i continui tentativi andati male.
La nostra amicizia durò circa tre anni in cui ci aiutammo come potemmo: io sostenni i due con gli amici del volontariato, loro mi fornirono indimenticabili momenti di allegria e compagnia in quel luogo dove spesso avrei voluto affiggere il cartello:
<< CHI S’INFERMA E’ PERDUTO! >>.
Poi, per circa sei mesi, non li vidi più fino all’ultimo, casuale, incontro nel Broncs ( hai letto bene, clemente lettore: non Bronx ma Broncs!).
Viene denominato così un caratteristico quartiere della nostra cittadina, frequentato democraticamente da criminalità organizzata e non, grandi topi di fogna dalle prestazioni olimpioniche (comunemente detti zoccole) e dame generose (parimenti ai ratti di cui sopra, dal volgo definite zoccole).
Ero lì per svolgere la mia famosa professione di aiuto (branca diversa da quella delle dame generose, che è molto più ludica e redditizia!).
Sentii l’inconfondibile voce di Innocenza più di cento metri prima di avvistarla, al centro del grande cortile del caseggiato
popolare. Stava dritta, a gambe larghe e mani ai fianchi, in una posa di littoria memoria.
Con minuzia nei dettagli, descriveva una certa ladra d’amore di volta in volta come scopino di water, serpe, genuflessa frequentatrice di sala ovale, saltatrice di flatulenze, cagna ed altre amenità che solo chi ha trascorso un’intera vita nella culla della Magna Grecia può conoscere e comprendere nella loro quintessenza.
Che cosa mai aveva potuto trasformare la lady del Broncs in quell’ossessa?
L’arcano mi fu spiegato dall’imponente signora Scognamiglio, orgogliosa portatrice di diabete mellito e novanta chili di soprappeso, utente della mia visita domiciliare.
La destinataria dei coloriti epiteti di Innocenza era la vedova Fusco, donna non particolarmente piacente ma, a detta della Scognamiglio, esperta seduttrice nonché titolare di una pensione di reversibilità della buonanima.
Concludendo il dettagliato report, la Scognamiglio rilevò che Gaetano, ‘sistemandosi’ con la vedova Fusco, aveva unito l’utile al dilettevole.
Intanto Innocenza, nel cortile, non era più sola: prima le si erano avvicinati i ragazzini che stavano giocando a pallone più in là, poi alcune donne ‘di passaggio’ e, infine, qualche perditempo.
Tra i perditempo c’era qualcuno con la chitarra che cominciò a sottolineare musicalmente le frasi più incisive della relatrice.
Essa, ben lungi dall’impermalirsi, si sentì rinforzata da quelle che interpretò come silenziose o musicali testimonianze di solidarietà.
Iniziò quindi un corale secondo atto della vivace rappresentazione dell’amante orbata di cotanto bene con una serie di canzoni ‘a dispetto’ di cui la nostra tradizione è ricca.
All’inizio della performance musicale qualcuno disse di aver visto Gaetano apparire dietro la finestra di casa Fusco per qualche istante. Effettivamente anche io intravidi una sagoma conosciuta a forma di birillo oblungo che, proprio con la stessa velocità di quelli del bowling colpiti dalla palla, scomparve subito.
La suocera della Scognamiglio, in avanzato stato di demenza senile, seguendo gli sguardi di tutti, vide la fugace apparizione e gridò enfatica: << Padre Pio! >> ma nessuno le diede retta.
Innocenza, imperterrita, continuò a cantare col suo accompagnamento un po’ solidale e un po’ a sfottò.
Sulle strofe finali de “ O’ sudato nnammurato ”, nello specifico sul ritornello ‘ o‘i’ vita, o’i’ vita mia’, con perfetto tempismo scenico, dall’androne sbucò Gaetano e, con una determinazione in lui inimmaginabile, si avvicinò alla sua Innocenza prendendola per il braccio.
Così io, in un impeto poco professionale che non dimenticherò mai, mi ritrovai abbracciata alla donna cannone Scognamiglio tripudiando con il coro greco improvvisato mentre i due, in un finale hollywoodiano, si allontanavano tenendosi per mano lungo via Cupa Lunga (alias Chiuppo Luongo ?!), allegramente ornata da buste di spazzatura e rifiuti colorati.
(ogni riferimento a persone o eventi reali è puramente casuale)
Eccomi nel Tuo spazio per ringraziarTi ancora. Ti ho risposto anche nel mio blog.
Mi sento contenta, davvero! Meno male che me ne sono accorta. Ti abbraccio mia nuova Amica.
Notte serena
ele
ho visto che ti ho bloccato invece di aggiungerti. Mi dispiace ,non ho voluto farti un torto. Mi sai dire cosa devo fare per sbloccarti. Credo di aver fatto la stessa cosa con qualche altro membro della Comunity. Non me ne volete. Non l'ho fatto apposta.
Perdonata? Felice di fare la tua conoscenza.
:-)
ele
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