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Legittima difesa

Legittima difesa


Episodio estrapolato da “ I racconti della Megera” by Oissela


La masseria non era più isolata ed era stata ingrandita.
Si componeva di sei stanze, due stalle e un bagno in costruzione.
A cento metri di distanza, dove il terreno non riceveva la visita del Garigliano in piena,
era sorto un vero e proprio villaggio.
Esso era stato costruito dagli ex mandriani, che erano riusciti ad affrancarsi
da una plurisecolare condizione di servitù forzata.
Dove ci sono le famiglie, ci sono i bambini.
Dove stanno i bambini, si stabiliscono delle relazioni.
Questo accade volenti o nolenti.
Lo slogan che imperava nella masseria era:
Credere, Obbedire, Combattere.
Credere, in tutto quello che dicevano i genitori.
Obbedire, senza discutere o controbattere.
Combattere, lavorare continuamente.

L'anno era il 1958.
Il periodo era quello in cui cantavano le cicale.
L'ora, all'incirca, le ventuno.
Giovanni e Teresa, armati di giovani verghe di melograno,
fecero una capatina nella camera dei figli.
In lontananza, un cane latrava verso i fantasmi della notte e per il resto silenzio assoluto.
Venne spalancata la porta e i figli furono sorpresi in flagranza di reato.
I sospetti erano confermati dal fatti e le prove erano lì, sotto i loro occhi.
Benito dormiva della grossa, ma Andrea guardava un fumetto a strisce.
Era la storia di un uomo seminudo, che comandava nella Jungla.
Mizia stava leggendo "Passioni sul mare".
La sorella di dieci anni stava osservando incuriosita
la caricatura di una certa "Sbruffoncella".
Le vergate furono generosamente distribuite a tutti.
Anche al dormiglione che non era di certo uno stinco di santo.
Nel parapiglia generale la candela tremolante si
spense, mettendo fine al vivace dibattito.
La mattina dopo terzo grado per tutti.
Con simili sistemi, ogni colpa fu confessata.
I due fotoromanzi erano stati dati a Mizia dallo
zio muratore e il fumetto era stato prestato ad
Andrea dal figlio del vicino di casa.
Furono fatte le dovute rimostranze a chi di dovere.
Quello che sconvolse Giovanni fu la pacatezza del
vicino di casa.
Quel vicino di casa non aveva afferrato la gravità
della cosa e non aveva picchiato il figlio.
Comunque Giovanni e Teresa proibirono ai figli di frequentare gli altri esseri umani.
Verso le dieci, Giovanni scese nella stalla e trovò l'asino stecchito.
Guardò in direzione di uno dei suoi figli, si grattò la nuca ed esclamò:
Bah, Sciocchezze.
Ricordava anche che uno di loro, durante la colazione,
aveva detto alla sorella: Ci penso io!
Non sapeva Giovanni che il frutto del melograno contiene tanti chicchi sfaccettati come rubini.
Noi non vogliamo accreditare l'immagine dei genitori cattivi e dei figli buoni.
In alcune circostanze, volendo, le cinghiate potevano giustificarsi.
Il più delle volte, nemmeno con un grosso sforzo dì immaginazione.
E quei genitori non avevano immaginazione, ma un po’ di ragione non si può negargliela.
Avevano agito per legittima difesa.
Saranno travolti inesorabilmente dallo sviluppo delle immagini.

Tags: drammatico

4 Commenti

Franca Comment by Franca on May 14, 2008 at 11:48pm
Eccoli i racconti della megera! Mi piace quel "Credere, obbedire, combattere"
pragmaticamente adottato dagli ex servi della gleba. Aspetto il seguito. Un abbraccio. Franca
Legend Comment by Legend on May 15, 2008 at 11:51am
Anch'io!
ursula Comment by ursula on May 23, 2008 at 11:03pm
Bel racconto, Alessio, ben strutturato e con tecniche narrative sciolte e disinvolte. L'impianto narrativo non fa una piega dato che le scansioni sono naturali, i fatti si susseguono secondo la logica degli eventi. Neppure io amo il rigore o metodi educativi troppo coercitivi, ma un pò più di severità rispetto a quella di oggi...
Mi ricorda, per quel che riguarda il contenuto in generale, 'Padri e figli' di Turgenev. Un saluto caro
oissela Comment by oissela on May 24, 2008 at 6:39am
Bene ragazzi/e.
Vi ringrazio per la lettura e per il commento.
Questi raccontini della Megera sono semplicemente delle pagine di un diario
personale.
Un abbraccio a tutti.
Oissela

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