La sveglia non suonava più da qualche mese ormai nell’appartamento al terzo piano, scala B.
Erano le 5 e Luigi era già sveglio; fissava sul soffitto buio l’ombra luminosa delle tapparelle abbassate generata dal lampione in strada tre piani più sotto.
Lucia dormiva ancora al suo fianco, il respiro era lento e regolare segno di un sonno tranquillo.
Dall’altra parte del muro, nell’altra stanza, c’era la più grande dei loro due figli, Angela.
Sul divano letto in soggiorno dormiva Giulio, il secondogenito, quello che dava i maggiori pensieri.
Tutta la casa era immersa nella quiete dell’alba.
Luigi non dormiva, pensava. Pensava a quando quella era l’ora di alzarsi per andare al lavoro.
Pensava a quando odiava alzarsi così presto e fare un’ora di autobus e tram per andare in fabbrica.
Pensava a quando qualche odioso gnomo della finanza con un tratto di penna aveva cancellato decine di posti di lavoro in nome di una astrusa ristrutturazione aziendale.
Soltanto qualche anno prima lui si era impegnato con altri operai per aiutare la fabbrica.
Lui e altri avevano accettato anche una riduzione di stipendio per evitare la chiusura e avevano lavorato sodo.
La direzione li aveva poi elogiati con tante belle parole.
Ora, dieci anni dopo, quella fabbrica che sentiva un po’ sua gli aveva voltato le spalle e non aveva esitato ad estrometterlo dalla produzione.
Pensava e aveva voglia di piangere. A quarantasette anni suonati doveva ricominciare da capo.
Il sindacalista in fabbrica lo aveva rassicurato. Diceva: “vedrai…un anno di cassa integrazione ti aiuterà a tirare avanti, e nel frattempo ti cerchi un altro lavoro”…come se fosse facile per un quarto livello della sua età trovare un altro lavoro.
Per lui era facile parlare con i suoi trent’anni, con la sua barbetta fine, gli occhialini che fanno tanto intellettuale e una laurea che poteva aprirgli altre porte invece chiuse per Luigi.
Lucia si girò dalla sua parte allungando il braccio verso di lui.
Erano già passati sei mesi da quando era stato messo in cassa, sei mesi di speranze e umiliazioni in giro a cercare lavoro e a spedire domande che quasi sicuramente finivano nel cesto della carta.
Le uniche offerte che aveva ricevuto erano talmente di basso livello e al limite della legalità da aumentare ulteriormente la sua frustrazione, ma non li aveva scartati del tutto, li teneva di riserva per quando la cassa sarebbe terminata e la disperazione aumentata.
Accettare un lavoro voleva dire rinunciare a 850 euro al mese di cassa, sicuri per ora.
Un altro sguardo alla sveglia per vedere che erano le 5,30.
Tra non molto Lucia si sarebbe svegliata, il suo orologio biologico di mamma non falliva quasi mai.
Tra sei mesi la cassa sarebbe terminata, e gli avevano già fatto capire che per lui non c’era più posto in fabbrica.
Il sindacalista intellettuale all’inizio gli aveva detto che sarebbe stato al suo fianco nella lotta per il posto di lavoro.
La settimana scorsa era andato a cercarlo in sezione, aveva saputo che era stato assunto alle poste e adesso non si occupava più di metalmeccanici.
Luigi pensava e una lacrima gli bagnava gli occhi.
Pensava che i prossimi sei mesi sarebbero passati in fretta, pensava a quei 850 euro al mese che sarebbero mancati perché comunque era troppo anziano per un posto di lavoro e troppo giovane per avere la pensione.
Penava che i suoi trent’anni di contributi non avevano alcun valore, tranne forse per una pensione di reversibilità.
A questo pensava ossessivamente da qualche notte.
Lucia contribuiva come poteva al bilancio familiare lavorando in nero per una impresa di pulizie.
Portava a casa 500 euro scarsi al mese pulendo gli uffici di persone che quella cifra la spendevano forse per un fine settimana.
1350 euro dovevano bastare per sfamare la famiglia, pagare le bollette e la scuola.
Angela, la più grande, era al liceo e i progetti erano di mandarla all’università.
Era brava a scuola e sarebbe stato un peccato farla smettere.
Giulio in terza media non era poi un grande studente, ma anche per lui l’idea era di fargli prendere un diplomino qualsiasi per sistemarlo poi meglio di suo padre operaio.
Lucia si stava svegliando.
Luigi con il dorso della mano asciugò la piccola lacrima, non voleva preoccupare oltre sua moglie.
Soprattutto non voleva che sospettasse nulla del progetto che gli girava in testa da qualche giorno.
Lentamente la famiglia iniziava una nuova giornata.
Lucia era sempre la prima ad alzarsi, poi toccava ad Angela ed infine a Giulio.
Luigi rimaneva steso sul letto a fissare il soffitto aspettando pazientemente il suo turno.
Quando usciva dal bagno di solito i due figli erano già usciti e faceva colazione con Lucia.
Prendevano il caffè latte in silenzio, guardandosi quasi di nascosto uno dall’altra.
Si stava chiudendo sempre più in se stesso, parlava poco e sembrava che niente gli interessasse più.
Lucia soffriva a vedere il suo uomo così depresso e umiliato dalla vita.
Le piaceva ricordare quando lui la riempiva di piccole attenzioni, quando certe sere le portava un fiore solo per dirle quanto le volesse bene.
Ricordava quanto era stato dolce ed affettuoso quando il destino aveva negato loro un terzo figlio, cercato e desiderato, interrompendo la sua gravidanza.
Posò la mano sulla sua cercando di attirare il suo sguardo perso nel vuoto della cucina.
- Anche stanotte non hai dormito molto, vero? -
- No…qualche ora di sonno l’ho fatta -
- Luigi…è un momentaccio, lo so. Passerà anche questo. Quanti ne abbiamo passati di questi momenti? -
- Non è la stessa cosa. Questa volta è diverso. Vogliono chiudere la fabbrica, liquidare tutto…e se ne fregano di noi…di me. -
- Luigi…ti devo dire una cosa. Angela mi ha detto che il prossimo mese la sua classe va in gita a Londra. È una brava ragazza, molto sensibile e intelligente. Si rende conto che per noi non è il momento di spendere e vuole rinunciare. Io penso che si meriti un po’ di svago ma tra una cosa e l’altra ci vorrebbero 300 euro…pensavo che potevamo rinunciare noi a qualcosa e farla contenta. Che ne dici? – Luigi strinse la mano di sua moglie e le sorrise debolmente.
- Dille di prenotare il posto. Ai soldi ci penso io, non ti preoccupare. Troverò qualcosa da fare…vedrai. Oggi deve accadere qualcosa che cambierà la nostra vita, lo sento. –
Alle 6 uscì come se fosse un normale giorno di lavoro e si diresse verso la fermata del 93 a due isolati da casa.
Aveva deciso che quel giorno era buono come un altro per farlo, era inutile prolungare di altri sei mesi questa snervante agonia.
Oggi doveva dare un senso alla sua vita ormai inutile.
Da giorni studiava la sequenza dei passi necessari.
Aveva scartato subito l’idea di coinvolgere un ignaro automobilista, più che altro per non creare problemi ad un altro padre di famiglia.
La soluzione migliore per lui era quella di attendere l’arrivo dell’autobus e attraversare la strada al suo arrivo. In pochi secondi tutto sarebbe finito, per lui.
La nebbiolina del buio mattino nell’autunno avanzato e le molte persone in attesa a quella fermata di periferia avrebbero aiutato ad accreditare la disgrazia accidentale.
Una decina di persone erano in attesa alla pensilina illuminata dal cono di luce giallastra dell’alto lampione stradale.
L’autobus emerse dal muro di nebbia e si fermò sbuffando aria compressa all’apertura delle porte.
Lentamente le persone in attesa salirono pigiandosi con gli altri a bordo, adattando i corpi gonfi di cappotti e giacconi agli spazi ristretti.
Mentre Luigi giungeva alla pensilina le porte si richiusero e l’autobus ripartì rombando e cigolando.
Luigi non aveva nessuna fretta. Mentre pensava, “il prossimo sarà il mio”, altre persone si univano a lui sbucando dalla nebbia buia per sistemarsi nel cerchio irregolare di luce giallastra.
Due piani più su ma nella scala C del grande palazzo popolare la sveglia suonò regolarmente alle 5 come tutte le altre mattine.
Adele era già sveglia e anche lei fissava sul soffitto i numeri colorati proiettati dalla radio sveglia regalata dai genitori.
Oggi non sarebbe andata al lavoro, si era presa un giorno di ferie perché aveva un appuntamento molto importante quel giorno.
Si alzò e andò in bagno.
Non poteva neanche fare colazione quel giorno, si concesse solo un bicchiere d’acqua.
Si vestì con gesti automatici, prese dal cassetto i fogli delle analisi per l’appuntamento e infine si sedette sul divanetto di finta pelle nera.
Erano le 5,30 e l’incontro era fissato per le 7.
I suoi pensieri erano fissi su quello che sarebbe successo quel giorno.
Guardava fuori dalla finestra senza vedere niente, solo il grigio scuro della nebbia.
Tra poche ore il suo problema sarebbe scomparso dalla realtà ma non dalla sua coscienza.
Ci aveva pensato molto ma comunque la soluzione era sempre la stessa.
Oggi la sua gravidanza sarebbe stata interrotta.
Più ci pensava e più il senso di colpa aumentava il bruciore dentro di lei.
Solo tre settimane prima era tranquilla, serena e innamorata dell’assistente universitario della facoltà di giurisprudenza.
Era una storia banale che andava avanti da quasi due mesi. Lui era sposato ma infelice, diceva.
Lei era una giovane studentessa giunta dal sud per laurearsi, viveva in un appartamentino con affitto pagato dai genitori e si manteneva con un decoroso lavoro part-time al supermercato.
Due mesi prima aveva regalato la freschezza dei suoi 24 anni e la sua voglia d’amare a Paolo, trentacinquenne deluso dalla moglie e in procinto di separarsi, diceva.
Lei accettò la situazione per quello che era, arrivando anche a giustificare il suo atteggiamento nei suoi confronti.
Quando scoprì di essere incinta fu felice, pensava che questo avrebbe affrettato la separazione di Paolo. La sera stessa scoprì a sue spese chi fosse Paolo in realtà.
Dopo averla sbeffeggiata e insultata caricando su di lei la colpa, uscì di casa e dalla sua vita intimandole di non farsi più vedere.
Passò la notte in lacrime, disperata e senza sapere cosa fare.
La mattina dopo andò a cercarlo a casa sua, e fu la cosa peggiore che potesse fare.
Lo aspettò nell’androne e quando lui uscì la trascinò in strada afferrandola per un braccio.
Le urlò in faccia frasi che lei non comprese nemmeno per tanto che era sconvolta e la schiaffeggiò ripetutamente.
Ma quello era solo l’inizio della sequenza di umiliazioni.
Combattendo dentro di se decise per l’aborto.
Il suo medico di base cercò di farla desistere ma era suo dovere aiutarla, cosa che fece con riluttanza
rigirando il coltello nella piaga del senso di colpa, ma alla fine iniziò la pratica per la fatidica IVG.
Adele fece tutte le analisi richieste in questo caso, elettrocardiogramma, sangue, urine e radiografia.
Ad ogni passo incontrava disprezzo o semplice indifferenza, mai…mai una parola di comprensione o solidarietà. Sembrava che nessuno riuscisse a capire il tormento che la consumava.
Tornò dal suo medico con gli esiti delle analisi giusto per subire un ulteriore sermone sull’errore che stava per fare.
Lo trangugiò passivamente, sguardo fisso sul ricettario del medico.
Convinto di essere a posto con la sua coscienza il medico la indirizzò poi all’ospedale di competenza.
Adele aveva sempre stimato quel medico di mezza età, ottimo evidentemente per ogni tipo di problema sanitario tranne uno.
Tutto quello che poteva fare era andare all’Asl e farlo sostituire.
La visita con l’anestesista non fu meno penosa. Perché tutti si ostinavano a giudicarla e nessuno cercava di aiutarla? Era una colpa così grande la sua? E Paolo? Nessuno giudicava lui, il suo comportamento vigliacco?
Domande inutili che giravano nella sua mente.
Anziché cercare di capire il suo problema e il suo dramma l’anestesista arrivò quasi ad insultarla, come se fosse la peggiore delle prostitute, trangugiò amaro ancora una volta e alla fine fu messa in lista.
In tutti questi passaggi era sempre stata sola, disperatamente sola.
Furono tre lunghe settimane di solitudine e amarezza.
Oggi era il giorno dell’intervento e si sentiva ancora più sola.
Alle 6 uscì di casa, percorse con passo affrettato i due isolati che la separavano dalla fermata.
A pochi metri intuì la presenza dell’automezzo più che vederlo e cominciò a correre,inutilmente.
Riuscì solo a vedere il retro dell’autobus ripieno di luce e di passeggeri assonnati che spariva piano nel muro di nebbia.
Si fermò ansimando alla pensilina, c’era solo un uomo fermo in attesa e lo riconobbe.
Era uno che vedeva ogni tanto al supermercato dove lavorava.
Accompagnava spesso la moglie ed era uno gentile, per questo si ricordava di lui.
Non osava sedersi sul sedile lurido e rimase vicino a quell’uomo che le ispirava fiducia, poteva essere suo padre in fondo.
Lui fissava il punto nella nebbia da cui sarebbe emerso un altro autobus.
Lei stava dietro di lui, lo guardava e nella sua mente un pensiero disperato stava prendendo forma.
Gli posò la mano sulla spalla e gli parlò.
- Scusi… è il signor Luigi, vero? – lui sobbalzò, si voltò a guardarla.
- Si…sono io. Perché? -
- Mi scusi se la disturbo. Io sono Adele, quella del supermercato…la cassiera…ricorda? -
- Si…si, mi ricordo. Cosa posso fare per lei? -
- Ecco…io volevo chiederle un favore…ma se non può va bene lo stesso. -
- Dica…se posso aiutarla. – giunse un secondo autobus – deve salire? -
- Prima vorrei parlarle, però. -
- Va bene. Prenderò il prossimo. – senza rendersene conto Luigi aveva cambiato il percorso del suo destino. Era giunto al bivio che il fato ci pone davanti ogni tanto.
- Non so come iniziare – sospirò – ecco… oggi devo andare in ospedale per un piccolo intervento e…non ho nessuno che mi accompagni. Abitiamo nello stesso palazzo e l’ho vista spesso al supermercato con sua moglie. Lei mi sembra una brava persona, per questo volevo chiedere se può accompagnarmi. Io vivo sola qui, i miei genitori sono giù al paese. – sospirò nuovamente – sono sola e ho paura. -
Luigi la guardava incredulo poi l’istinto del padre di famiglia gli suggerì di ascoltarla attentamente.
- Mi ricordo di te – si rivolse a lei dandole del tu – abiti nell’altra scala. Che tipo di intervento ti devono fare? -
Adele si sentì rassicurata dal tono pacato dell’uomo. Le dava del tu, come se fosse un’amica, e questo la metteva a suo agio. Attorno a loro altre persone si stavano radunando in attesa dell’autobus. Lei gli posò la mano sul braccio invitandolo ad allontanarsi dal gruppo.
- Devo abortire. – riuscì a dire sottovoce. Guardava lo stupore sul suo volto aspettando rassegnata un’altra strigliata.
Luigi non sapeva cosa rispondere.
Guardava questa ragazza minuta e smunta che in pochi minuti aveva stravolto il suo progetto e che adesso chiedeva aiuto.
- Non so cosa dire. – mormorò dopo alcuni secondi – a proposito…come ti chiami? -
- Adele,il mio nome è Adele. -
- Allora Adele, non voglio sapere il perché…sono affari tuoi. Però vorrei sapere perché…io? -
- Te l’ho detto. Penso che tu sia una brava persona. Penso che con te avrò meno paura…perché sono terrorizzata. Ho paura di come mi tratteranno, per questo non voglio essere sola – un altro autobus passò, raccolse la varia umanità in attesa e ripartì senza loro due.
- D’accordo Adele. Cosa vuoi che faccia? -
- Accompagnami e stammi vicino. Mi hanno detto che ci vorrà tutto il giorno, ma a me basta sapere che sei lì fuori ad aspettarmi. Mi basta sapere che in corridoio c’è una persona amica che mi aiuterà a dimenticare le cattiverie che riceverò. -
- Va bene. Andiamo…tanto quello che volevo fare oggi posso sempre farlo domani. -
- Avevi qualcosa d’importante…scusami. Se non puoi…-
- Non era niente d’importante, credimi. Domani andrà bene lo stesso. -
Durante il traballante viaggio verso l’ospedale Adele raccontò brevemente qualcosa della sua storia cercando almeno di fargli capire le ragioni della sua decisione.
Luigi ascoltava le sue parole cercando, a sua volta, di immaginare quello che doveva provare Adele.
Alle 7,10 facevano il loro ingresso nell’ospedale.
Uscendo dall’ascensore si trovarono in un corridoio affollato da donne di diverse età e condizioni sociali; era venerdì, e il venerdì era il giorno dedicato alla IVG.
Luigi rimase colpito da una cosa che queste donne, diverse tra loro, avevano in comune: lo sguardo triste.
Adele fu indirizzata al fondo del corridoio dove un’infermiera ritirava i fogli, spuntava il nome su un elenco e con modi bruschi invitava all’attesa.
- Mettiti li e aspetta che ti chiamino. Non hai preso niente stamattina? Perché devi essere digiuna – a Luigi questa infermiera ricordava molto il sergente che lo accolse in caserma anni fa, le mancavano solo i baffi.
Un brusìo aleggiava nel corridoio.
Luigi trovò un angolino libero vicino alla finestra, lo indicò ad Adele.
- Grazie di essere qui. – gli disse sottovoce. – è un ambiente strano..mi opprime, ma ormai ci sono. -
- Hai dei dubbi? Guarda che non sei obbligata a farlo. -
- Invece si. Tu non sai…per i miei sarebbe un colpo se sapessero…e poi come faccio a crescerlo…sono sola…io. -
L’infermiera si affacciò da una porta e cominciò a chiamare le donne presenti.
Adele era sempre più inquieta.
- E’ la prima volta? – le mormorò una donna sulla trentina in attesa accanto a loro.
- Si…e spero sia anche l’ultima. – rispose Adele.
- Non ti preoccupare. Li dentro ti visitano. C’è un medico e poi passi in camera operatoria…non ci vuole molto, vedrai. – Adele la guardava curiosa – per me è già la seconda volta, so cosa dico. -
Qualcuna imprecava, altre piangevano.
Solo l’infermiera sembrava a suo agio manifestando pubblicamente il suo disprezzo per queste donne.
Le chiamava ed entravano a due per volta nella stanza e ne uscivano dopo pochi minuti cercando di rivestirsi alla meglio in attesa della seconda chiamata.
Una ragazza uscì dall’ambulatorio con addosso il solo maglioncino di lana e i jeans ripiegati su un braccio.
Tremava per la bassa temperatura nel corridoio e cercò di infilarsi i pantaloni ma l’infermiera le intimò di non farlo sorridendo beffarda.
- E’ inutile che ti rivesti tanto adesso ti chiamano…sei proprio furba tu a venire qui con i jeans…non siamo mica in discoteca…impara dalle altre così la prossima volta ti prepari meglio. -
Lo sdegno di Luigi esplose.
- Le dia almeno un camice, qualcosa ma mettersi addosso. – disse.
- Non siamo neanche in un albergo, qui…e poi a lei cosa importa? -
- Dovrebbe avere più rispetto per queste persone, penso che nessuna sia qui per divertirsi. -
- Lei chi è? Cosa fa qui? Pretende forse di insegnarmi il mestiere? -
Luigi tratteneva a stento le mani. L’avrebbe presa a schiaffi volentieri anche se le donne non vanno picchiate, ma quella aveva ben poco di femminile.
- Accompagno mia…figlia. -
- Bravo! Bell’esempio per la famiglia…la figlia, si…e io sono nata ieri, vero? -
- Brutta stronza! Come ti permetti di fare schifose insinuazioni! – dando del tu era più facile sfogare la rabbia – sono le ipocrite come te che fanno riempire questi posti. Dai un camice a questa ragazza, non lasciarla in mutande in corridoio. -
- Io la denuncio. Come si permette di insultarmi così? -
- Ti stai insultando da sola ogni volta che apri bocca. Questo è un servizio pubblico ed è tuo dovere essere almeno imparziale. Non è compito tuo giudicare queste persone. Mi vuoi denunciare? Fallo pure…io non ho più niente da perdere…stronza. –
Nel corridoio calò improvvisamente il silenzio.
Il litigio aveva monopolizzato l’attenzione delle donne in attesa.
La donna che aveva rincuorato Adele annuiva lentamente con la testa.
Dal silenzio cominciarono ad emergere qua e la parole a suo favore.
“ ha ragione”, “ quella è una strega”, “ è sempre così qui dentro” eccetera, eccetera.
Adele era confusa, ammirava il coraggio di Luigi ma il suo problema rimaneva.
Voleva andare via, voleva non essere mai stata li.
Luigi posò il braccio attorno alle spalle di Adele.
Il suo sguardo duro fissava la faccia arcigna dell’infermiera, era quasi una sottile sfida a chi mollava per primo.
Cedette lui per primo, volse lo sguardo verso Adele, le sorrise.
- Se sei sempre convinta di farlo allora rimaniamo…altrimenti ce ne andiamo. Non devi dare soddisfazione a certe persone. – le disse con il tono di un vero padre.
Lei sorrise a sua volta e con l’incosciente ingenuità dei giovani rispose.
- Portami a casa…papà. – poi scoppiò a piangere.
Uscirono da quel corridoio tra un crescendo di mormorii d’approvazione.
Prima di entrare nell’ascensore si girò verso l’infermiera ancora ferma nel mezzo del corridoio.
Prese una coperta da una lettiga vuota e la usò per coprire la ragazza in mutande.
Voleva dire ancora tante cose ma si limitò a guardarla biasimandola scuotendo il capo, poi si infilò nell’ascensore con Adele.
Fuori in strada la giornata nebbiosa sembrava più bella, migliore.
- E adesso? – domandò Adele.
- Adesso vieni a casa mia a conoscere mia moglie Lucia e i nostri ragazzi. -
- E poi? Mio figlio, voglio dire…-
- Ne parliamo a casa. Sai che noi volevamo un terzo figlio, tempo fa, ma Lucia lo perse. Vuol dire che adesso avremo un nipotino. E poi sai come si dice qui da noi, dove si mangia in quattro possono mangiare in cinque e poi in sei. Non ti devi preoccupare, in qualche modo tireremo avanti. -
Tags: narrativa
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Sicuramente è doloroso perdere lo stipendio e cercare lavoro ad una certa età. Se poi si ha moglie e figli che vanno a scuola, crolla anche l'autostima
che ci sorregge e la vita diventa cupa.
La seconda parte mi ha sorpreso parzialmente poiché nel momento in cui
Adele cerca l'aiuto di Luigi mi aspettavo un epilogo non drammatico.
Alla fine prevale il buon senso che, tutto sommato, è una risorsa comune.
Sei stato molto abile nello strutturare il lavoro e a saper coinvolgerci dal
primo all'ultimo rigo.
Ciao
Alessio