
Risvegli: pause di vita
A quattro mani con Legend
Ciao amore...
anche oggi sono qui, seduto accanto al tuo letto.
Non lo so se puoi avvertire la mia presenza, ed anche se i miei colleghi insistono nel dirmi che, ormai, sei ridotta quasi allo stato vegetativo, io non riesco ad accettarne l’idea.
Sono un medico e dovrei averne coscienza, ma non posso pensare che tutta la nostra vita sia destinata a finire così.
Sai, sono ormai cinque anni che te ne stai lì, con tutti i tuoi tubicini attaccati... immobile...tranne quel lievissimo sollevarsi ed abbassarsi del tuo petto, nel respiro... ed io lo sto a spiare per ore intere, con l’angoscia che si debba fermare per sempre.
Sono cinque lunghissimi anni che ti parlo e non mi stanco mai di farlo, anche quando il mio corpo vorrebbe riposare...
Non riesco a lasciarti, non riesco a lasciarti andare via...
Ti parlo di noi, della nostra vita in comune...di quando eravamo ragazzi...Dio com’è lontano quel tempo...
Ti ricordi quando ci siamo incontrati per la prima volta?
La gente non ci credeva quando lo raccontavamo...
«Il colpo di fulmine non esiste...dicevano!»
Balle, tutte balle!
Per noi era stato così.
Era bastato incrociare i nostri sguardi perché io mi rendessi subito conto che avevo trovato finalmente la persona con la quale avrei voluto trascorrere il resto della mia vita.
Tu eri fidanzata allora, ed anch’io avevo un’altra accanto; ma il destino ( perché io credo al nostro destino ) ci stava riservando una strada in comune.
Prima stavo ricordandomi di quando, quasi arrivati sotto casa tua, ti eri accesa una sigaretta quasi tu volessi prolungare, di qualche boccata, il lasciarmi andar via dopo averti riaccompagnata al termine di quell’interminabile lezione di anatomia...
Te lo ricordi?
Fermi, davanti al tuo portone, non riuscivamo a trovare le parole da dirci e poi...quel tuo bacio sfuggente sulla mia guancia, mentre scendevi dalla macchina dicendomi che lo avevi lasciato...
E’ stato così che mi hai legato per sempre a te.
I lunghi anni di università vissuti con la frenesia di finire e poterci sposare...
E quando venivo in licenza per dare gli esami o frequentare i corsi più impegnativi...
Riuscivamo a vederci poco a quei tempi, ma era come se tu fossi sempre presente in tutti gli istanti della mia giornata.
Come ti desideravo allora...e come ti desidero ancora!
Se è vero che tra noi è sempre esistita una complicità fisica, è anche vero che la stessa accomuna le nostre anime...i nostri pensieri...
Ricorda, amore, ricordati tutto!
Fai riemergere dal buio profondo che ti ha inghiottito, l’amore che provi per me... l’amore senza tempo che provo per te e che, a dispetto degli anni passati, è sempre vivo...violento...dolce come un tuo abbraccio.
So bene di averti in parte deluso.
Forse ti aspettavi una vita diversa...con me più vicino e presente ai problemi che invece dovevi affrontare da sola...
Maledetta la mia professione che mi ha tenuto lontano da te.
Pensavo e me ne facevo un alibi, che tu comprendessi sempre...che tu...che tu...
Solo adesso capisco quanto ti debba essere mancato anche se tu non me l’hai mai fatto pesare…nemmeno nei nostri momenti.
Hai saputo perdonarmi tutto, le notti passate da sola in un letto freddo mentre io mi sentivo onnipotente in sala operatoria...e quando tornavo era il tuo sorriso a scaldarmi l’anima.
Che egoista devo essere stato ai tuoi occhi.
Dentro di me sapevo che ti avrei trovata, che saresti sempre stata lì, al tuo posto, presenza tangibile e silenziosa, ad ascoltarmi quando volevo sfogarmi per qualche ingiustizia subita, a consolarmi con le tue parole, a ridarmi quella fiducia in me stesso che a volte perdevo...
Quanto mi devi aver amato e quanto ti ho amata a modo mio.
Quanto devi avermi amato per rinunciare ad una tua vita per me, per i nostri figli...
Adesso lo so, e come sento lontana e indifferente quella nostra casa vuota ogni volta che ci ritorno...
Gli altri non lo sanno, ma io si, lo sento dentro di me, ne sono sicuro come sono sicuro di esistere che ce la farai, e che riuscirò a riportarti indietro...non ridere sai? Ora più che mai mi sento onnipotente...Sono pronto a sfidare Dio...e ti giuro che tornerai a casa con me...Io ho seguito le sue regole, ho dedicato agli altri la mia esistenza...trascurando mia moglie...la mia famiglia...e ora lui non può permettersi di prendermi te...scusami, so che non dovrei dire sciocchezze del genere…ma dentro ho una tale rabbia...
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Ciao piccola, come stai oggi?
Ieri ho avuto molto da fare in corsia e non ho potuto fermarmi qui con te quanto avrei voluto, e quando l'ho fatto ho detto un sacco di fesserie...ma tu mi conosci, sono un temporale primaverile...tanto rumore per nulla!
Cosa mi è successo oggi? Niente di particolare...il solito casino...gli specializzandi che non si degnano di venire in orario, che non controllano le terapie...insomma, sempre le solite cose che sai bene e le solite incazzature che mi faccio.
Sai, volevo dirti che mi è successa una cosa strana.
E’ proprio vero che, a volte, il passato sbuca fuori nei momenti più impensati...
Ero a «fare studio» ed ad un certo punto l’infermiera fa accomodare una paziente che, entrando, mi dice:
«Ciao Pier, vedo che non mi riconosci. Sono Sara...sì, quella Sara.
E’ passato tanto tempo ed è logico che tu non ti ricordi di me, ma io non ho mai dimenticato...tua moglie sta bene?»
Come un lampo mi è tornato in mente tutto.
Sara.
Non ti ho mai parlato di lei.
Sara...Beh...sono certo che tu avevi capito tutto...si lei, quella con cui ti ho tradita...
L’avevo incontrata a quel congresso di Amsterdam...ti ricordi...non eri venuta perché i bambini erano piccoli e non avevi voluto lasciarli...
Era una hostess della casa farmaceutica organizzatrice.
Stava lì, alla reception, ad accogliere noi congressisti all’arrivo, sorridente, impeccabile nel suo tailleur blu scuro...
Non lo so come sia potuto accadere...forse l’euforia di sere lontane da casa senza i bisticci dei bimbi, forse per qualche bicchiere di troppo...insomma è successo.
Lei era romana e quindi non avrei avuto altre occasioni per incontrarla e forse anche questo ha contribuito a farmi fare quello che ho fatto.
Invece, dopo qualche tempo, mi ha telefonato per dirmi che sarebbe passata di qui e se potevamo vederci ancora.
Sono un vigliacco, lo riconosco e non ho saputo dire di no, forse perché aveva suscitato in me quella sensazione esaltante e narcisistica che ti porta a pensare di essere un uomo difficile da dimenticare...il grande amatore a cui non si può resistere...che idiota!
Non durò a lungo quella storia e...credimi, avrei voluto parlartene mille volte, lo sai che non ho avuto mai segreti con te...o quasi...ma quando mi riproponevo di farlo, la paura di perderti mi bloccava e continuavo a tacere...
Perché te lo confesso soltanto adesso? Ora che forse non puoi sentirmi? Non lo so, ma vorrei che per qualche miracolo ti giungessero le mie parole...Forse perché questo torto che so di averti fatto continua a gravare dentro come un macigno...Dio come vorrei ora riuscire a guardarti negli occhi per mendicare il tuo perdono.
Tu non avresti mai accettato il fatto che ti avessi tradito, anche senza amore...solo per quella maledettissima attrazione fisica pronta a fregarti al momento opportuno, ed io non volevo perderti...Per te tutto è bianco o nero, non hai mai accettato compromessi di sorta e non avresti mai e poi mai voluto dividermi con qualcun’altra.
Per te l’amore è come la morte, una via a senso unico e i tuoi principi, forse un po’ rigidi, non ti avrebbero consentito di giustificare quella mia sbandata...
Non è che con questo cerchi scuse, so benissimo che la colpa è mia e non tua, ma tutto questo mi ha frenato.
Tu rappresentavi e continui a rappresentare la mia sicurezza, il punto fermo a cui si torna sempre...lei fu solo una meteora passeggera...
Forse è la paura che ho di perderti che mi spinge a parlarti di questo scheletro che ho tenuto per troppo tempo nascosto nell’armadio.
O forse te l'ho confessato perché spero che tu possa sentirmi, e che l'ira e la rabbia ti diano la forza di reagire...non sono un vigliacco e non voglio scaricarmi la coscienza, ma voglia che tu reagisca e che venga a dirmi che sono una maledetto figlio d'un...ma che sto dicendo, tu invece continueresti ad amarmi e a dirmi che non potresti lasciarmi andandotene via...
Non lo so...non so più niente...in questi lunghissimi anni ho dovuto imparare a vivere senza te accanto ma ti giuro che quella è stata l’unica volta che ti ho tradita.
… Ricorda, amore, ricordati tutto...ma non questo!
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Da ormai cinque anni avevo trovato in quella vaga, grigia condizione, la mia ragione d'essere.
Era accaduto inaspettatamente per qualche imprecisata ragione della quale non ebbi mai né il senso né la conoscenza, ma era accaduto.
L'ultimo mio ricordo era stato un dolore lancinante al petto che mi aveva tolto il respiro e la luce dagli occhi...poi più nulla per un periodo indefinito.
Il successivo periodo di quella mia nuova condizione non fu esaltante, soffrii fisicamente poiché mi giunse inattesa la percezione del dolore, ma quello che principalmente mi addolorò, fu quando mi resi conto d'essere incapace di associarmi a qualcosa. Quello con cui dovevo confrontarmi, istante dopo istante, era qualcosa d'incorporeo che vagava senza una meta fissa in limbi a volte bui e a volte grigio fumo...poi, inaspettatamente, compresi che quel qualcosa d'incorporeo era la mia mente che il mio Io incoraggiava a recuperare una posizione preminente.
E così mi ritrovai come sospesa, leggera e pressata da quel mio Io che credetti essere nato in un grigio mattino d'inverno...Forse non lo era, giacché non ebbi mai coscienza di cosa fosse in realtà un grigio mattino d'inverno...però da quel preciso momento mi ancorai alla sua premura e ai suoi ricordi, e da allora ebbi un motivo nuovo per colorare le mie ore di attesa.
In realtà non ebbi mai la sensazione dello scorrere del tempo, tutto era vago, informe, non allineato, (ecco un altro termine che non aveva un senso concreto, ma di cui mi ricordo chiaramente...) tutto scorreva su di un piano orizzontale...lentamente, ossessivamente, fin quando non m'imbattei in te.
La nuova immagine che colmò la mia immobilità fisica, la mia oscurità, fosti tu.
La tua immagine occupava uno spazio immaginario nel quale aveva un senso la verticalizzazione e l'orizzonte.
Iniziasti rivelandoti come una luce di fuoco che ballava, assumendo di volta in volta forme e animazioni inconsuete.
Non avevo coscienza di cosa fossero quelle configurazioni, ma percepivo le tue emozioni quando mi sfioravi. Inizialmente non riuscii a dare una definizione fisica a ciò che avvertivo, ma senza averne conoscenza lo definii calore...forse quel termine era soltanto una delle tante impressioni che tornavano lentamente a riempire il mio concetto di esistenza.
Quel calore, simile ad un soffio tiepido, mi sfiorava e m'inebriava, e comprensibilmente mi faceva soffrire, ma era stato così difficile dare concretezza a quella mia immobilità, che quella comprensione riuscì a tranquillizzarmi, e a volte ad eccitarmi con i suoni che emetteva.
Era incredibile il senso di protezione che mi proveniva dalla tua immagine in movimento, da quel calore e quei suoni.
Ci fu un momento che soffrii in modo inaudito quando intuii che non sarei mai riuscita a comunicarti la mia presenza, il mio essere nel tempo...Era importante, desideravo che tu sapessi che c'ero ancora, e soprattutto avrei voluto capire perché la tua immagine fumosa fosse li nel buio della mia pausa di vita.
Lentamente la tua sottile ombra che sapevo essermi accanto sembrò indicarmi i tempi e i luoghi del mio vivere, e quando eri assente non né avevo la percezione, non notavo la tua assenza, ma quando eri accanto a me, ero certa che fossi li da sempre.
Fu assieme...questo ormai lo so, che attraversammo le vie che mi riportarono all’esterno, quando improvvisamente cessasti d'essere un'immagine appena percettibile...per trasformarti in flashback, scene che, sebbene fossero fuori dalla sequenza temporale che stavo vivendo, mi narravano eventi avvenuti in tempi passati.
Mi tornò alla mente un ricordo lontanissimo...quando mi scoprii attratta dalla tua eleganza, dalla tua uniforme e la tua giovane età...Ricordavo i tuoi occhi che mi afferrarono come un morso nella notte.
Nella mia immobilità cominciai a riconoscere la tua sottile ombra che ballava attorno al mio letto e quando riconobbi la tua voce...eri Pier, mio marito, attonito, pietrificato, ansioso che assumeva forme e dimensioni diverse...ah si...ricordo, ricordo...rientrasti con un muso lungo da far spavento. Tu non potevi saperlo, ma io avevo capito tutto...Come si chiamava? Ah si, Sara...Avrei voluto ucciderti...e forse urlai o forse avrei soltanto voluto urlare il tuo nome, ma il freddo colpì le mie labbra, che subito riscaldate del tuo alito caldo e pregnante, mi scossero fin nel profondo.
Da sempre sapevo che saresti venuto a prendermi; come quando ti aspettai, cauta con il negligé per l’amore, pronta ad essere posseduta.
Dolorosamente, avvolte da mille lampi di luce, iniziai a ricordare le volte che mi avevi posseduta, in tante fasi della nostra vita, a volte con segni strani e a volte con impazienza fino al giorno delle nostre nozze, quando emerse dal nulla la consapevolezza che ti avrei avuto per sempre.
Tu eri li con me, e come nella notte di nozze che celebrammo l’amore duraturo di due anime che si sarebbero possedute per l'eternità, ora tu forzavi ancora la mia volonta, mi aiutavi.
Sai...non è facile amare un fantasma, ma quell'immagine che galleggiava nella mia mente mi faceva star bene, la tua immagine mi piaceva e la sognavo, e con la mente m'impossessai ancora di lei e del tuo calore.
Fu allora che scoprii che l'amore che si prova in quei momenti di pausa di vita, non è diverso, non cambia d’intensità, semmai migliora essendo filtrato di tutte le tossine della vita.
Il bisogno di te, quel bisogno fisico mi scuoteva...ed io ti volevo, volevo te per sempre...ti amavo, ti rispettavo ed ogni volta che pensavo a te ritornava forte ed impetuoso il tuo profumo assieme al calore.
È strano come quel desiderio riuscisse a scuotere la mia immobilità, ma soprattutto è sorprendente rilevare come il ricordo di un'alchimia fisica possa tener desta la mente e riaccendere in essa la coscienza.
Queste memorie le registrai nella mia mente mentre ascoltavo e percepivo alcune ombre agitarsi attorno a me. Erano figure che scuotevano il mio corpo del quale improvvisamente tornai a possederne la percezione.
M'infastidiva quel peso che ora gravava sulle mie gambe, e quel forzare la porta del mio contatto...poi, improvvisamente si aprì...ed io mi ritrovai libera.
Un'ombra allungata si dilatò alla luce e l'immagine china su di me che mi richiamava alla vita assunse contorni definiti.
«Elena ti prego, se mi senti stringi la mia mano...Mi senti amore...si che mi senti...ce la stai facendo, ci sono i segni di un tuo risveglio...io sono qui con te...e questa volta non me ne andrò da solo...questa volta ce ne torneremo a casa insieme»
Alcuni minuti più tardi, dopo cinque anni, il 22 Marzo del 2000 uscii dal coma...e fu dolorosissimo.
A quattro mani con Legend
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