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RICORDI DI UN PASSATO PROSSIMO

Questi sono i miei ricordi, dei ricordi dei miei.
Milano, gennaio 1943: freddo tremendo.
I miei genitori decidono di sposarsi. Lui classe 1919 vestito da militare, lei classe 1920 con un vestitino nero bordato di passamaneria: gli unici vestiti buoni. La casa era di proprietà del nonno.
Era una villetta ad un piano con giardino nella zona Loreto: dieci locali, mobili zero, un letto, un fornello a petrolio pieno di buona volontà, cassette della frutta su cui sedersi e riscaldamento assente. Su queste speciali poltrone, sedettero gli ospiti (tre) del ricevimento di nozze.
Il menù fu a base d’insalata condita con l'olio rubato in caserma dal testimonio di nozze; poiché lo stesso fiasco era usato periodicamente per trafugare il petrolio per il fornello, in sostanza era insalata al petrolio.
Mia madre ricevette in dono un paio di scarpe usate (un tesoro per l'epoca) e mio padre tre paia di mutande che una zia aveva ricavato da un lenzuolo. Viaggio di nozze a Roma, dove mia nonna, nota megalomane, aveva fissato una suite all'albergo Massimo, uno dei migliori di Roma, dove scendeva abitualmente il residuo della nobiltà italiana.
Mia madre, forzata risparmiatrice, si recò allora all'albergo, sempre con il suo vestitino nero, a disdire la suite, dicendo che La Signora Sua Padrona, a causa di altri impegni, non sarebbe arrivata. Gli sposi trovarono quindi alloggio in un alberghetto economico; meno di così rimaneva quell'altro famosissimo Hotel detto "Sotto il Ponte".
E cosa combinò mio padre? lasciò la sposina per andare a salutare i commilitoni in caserma. Era infatti soldato di leva proprio a Roma con il compito di raccattare i cadaveri dopo i bombardamenti. Passò tutto il giorno in caserma a festeggiare; mio padre raccontava l'episodio con brio sornione, mentre mia madre lo raccontava con brio incavolato.
Finita la licenza per matrimonio Giuseppe usufruì delle licenze per malattia perché era alto 1,70 e pesava 50 kg., ritenuto perciò inidoneo a qualunque mansione. Di fatto mio padre era offesissimo e fece ripetute domande per andare al fronte, perché lì doveva stare un vero uomo.
Gli sposi tornati a Milano, dovettero inventarsi un modo per campare e qui si esibì l'ingegno di Giuseppe.
Spinto dalla fame, che con i giovani è sempre gagliarda, mio padre inventò le sigarette alle rose.
Tritò, infatti, tutte le rose del giardino, con grande sgomento di mia madre, produsse un simil tabacco e lo mise in commercio. Credo che non facesse male, ma la novità non ebbe successo. In seguito i miei genitori, insieme con amici, la cui fame non era inferiore alla loro, iniziarono il giro delle cartolerie del quartiere chiedendo con insistenza, inchiostro rosso che ovviamente nessuno aveva. Fu un'operazione di mercato in grande stile in quanto tutta questa richiesta, costrinse i bottegai a procurarsi il famoso inchiostro rosso, dal piazzista improvvisamente apparso nei loro negozi che, guarda caso, si chiamava Giuseppe.
Costui mezzo chimico e affamato intero, aveva frullato le bacche di una pianta del giardino, aggiunto un poco d’alcool e confezionato quindi il tanto richiesto prodotto. Per macinare le bacche, aveva convertito la vecchia Singer di mia madre, che da allora molto offesa non funzionò più, in una specie di miscelatore. Anche questo commercio durò poco.
Oggi si chiamerebbe truffa, allora si chiamava sopravvivenza.
Un altro ricordo è la giornata dei tulipani.
Immaginatevi il grande appartamento, sempre senza mobili, con in aggiunta 5 galline, di quelle piccole chiamate americane e un galletto , rinchiuse in uno stanzino per evitare che lasciandole libere, venissero rubate.
Il famoso giardino, sede delle fantasiose industrie paterne, confinava con un altro, dove era nata un’ immensità di tulipani gialli così belli, che mia madre per averli avrebbe lucidato le guglie del Duomo.
Non fu necessario arrivare a tanto, bastò che il buon Giuseppe armeggiasse un poco con la rete di confine e s’introducesse nel terreno che produceva tal esplosione di primavera.
Mentre raccoglieva senza ritegno fasci di tulipani, comparve nel giardino la padrona di casa, che non era affatto sfollata come pensavano i miei, ma non disse nulla, forse convinta di avere le allucinazioni.
Mio padre colto alla sprovvista, per dribblare l'imbarazzo, non trovò niente di meglio che dire:"Ne vuole anche lei?".
In quel momento suonò l'allarme antiaereo.
E questa fu la scena che vide mia madre dalla finestra: mio padre sempre abbarbicato ai tulipani, che correva per rincasare, zia Antonia che era scesa in giardino con le galline per la loro ora d’aria, cercava ora di riagguantarle, urlando spaventata e spaventando il galletto. Questo le saltò allora in capo reggendosi con le zampe ai capelli, mentre con il becco cercava di fracassarle il cranio e tra una beccata e l'altra si esibiva in possenti chicchiricchi. A questo punto Giuseppe cercò di prendere in mano la situazione e levatosi una ciabatta inconsapevolmente verde pistacchio, cominciò a picchiare il pennuto incorporato alla zia, affinchè la mollasse.
La sirena continuava a suonare.
A mia madre venne un attacco di riso isterico, tutti urlavano e alla fine....non accadde niente.
Era stato un falso allarme.
Quanto sopra passò alla storia appunto, come il giorno dei tulipani .
Questi ricordi sono al margine del dramma, che per presentarsi aspettò la fine della guerra : il 25 aprile!
Quel giorno il fratello di mio padre compiva 20 anni. Fu invece un giorno senza ritorno. Immaginatevi un ragazzo che capisce d’essere sopravissuto alla guerra, sicuramente pieno di progetti, forse aveva in mente anche una ragazza. Per tornare a Milano, insieme con altri sei compagni montò su un carretto.
Nessuno di loro pensò di levarsi la divisa da alpino. Fu cosi che degli sbandati, forse ragazzi come loro, li ammazzarono tutti, per rubare loro gli scarponi e gli zaini.
Morirono dissanguati, sapendo di morire; il prete di Pinerolo (dove si svolse il fatto) si rifiutò di seppellirli perché erano in divisa fascista e quindi si erano meritati quella sorte.
Venne allora un prete da un altro paesino e ad uno ad uno, a spalla, li portò nel suo cimitero e pensò ad avvisare le famiglie.
Mio padre partì per riportare a casa suo fratello, con le tasche piene di tessere false di partiti, di fazioni e d’associazioni varie procurategli dalla sua vecchia tata, nota contrabbandiera. Erano tempi strani, arruffati, nessuno sapeva più dove fosse il centro del mondo.
Fatto sta che Giuseppe e la vecchia tata, donna imponente e con un paio di baffi regolarmente spinosi, partirono a piedi da Milano alla volta di Pinerolo. Tra mille peripezie riuscirono a recuperare ciò che era rimasto dello zio, partito pieno di illusioni e doveri e tornato, macabra ironia del destino, nascosto in un camion adibito solitamente al trasporto di carne da macello.
Fu uno dei tanti che non avrebbero più avuto ricordi.

Commento

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dakin Commento da dakin su 6 Febbraio 2010 a 21:11
sai Tiz, non è che manchi la voglia di ricominciare o migliorare il mondo. Guardandoci intorno si diventa come minimo rassegnati, non c'è una meta da perseguire, ogni progetto di vita nasce già vecchio. Ciò che oggi ha un valore, domani è solo retorica.
Mi consola pensare che ogni tempo ha avuto i suoi drammi e nonostante tutto gli uomini sono sopravvissuti, hanno trovato le soluzioni.
Tiziana Commento da Tiziana su 6 Febbraio 2010 a 12:20
ed ora che abbiamo molto, persino i ricordi, ci guardiamo intorno e che vediamo? Il vuoto.
Leggendo fatti come questi e ce ne sono ad josa, "invidio" chi ha sofferto in questo modo. Nella disperazione avevano la voglia del domani. Ora il domani è già oggi. Non leggo grande desiderio di fare, disfare per migliorare il mondo. Forse il cervello con la pancia piena non riesce a ragionare molto.
Franca Commento da Franca su 5 Febbraio 2010 a 11:40
Fantastico! Dramma, tragedia legati da un' ironia amara. Questa è una pagina di storia vera come quelle di chi, trascinato in una guerra di cui non capiva la ragione sopravvisse grazie a mille espedienti o morì,
come dici tu, Dakin, privato per sempre dei ricordi e trasportato da un carretto adibito al trasporto di carne da macello. Anche di quella umana.

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