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mercoledì 10 settembre 2008

Occhio per occhio blues

"Occhio per occhio blues", registrazione
presso la
Galleria Antichi Forni - Macerata
05 settembre 2008

La vita è una palla al piede


martedì 2 settembre 2008

CONCERTO POETICO


sabato 23 agosto 2008

MAHAMUD DARWiSH

sabato 16 agosto 2008

POETI DA MORIRE (concerto poetico)



Comune di Tarquinia

Chiesa di San Pancrazio
sabato 27 settembre – ore 21,00



poeti da morire
(concerto poetico)




letture dal braccio della morte e musica dal vivo



Marco Cinque (flauti etnici, marranzano, tamburo)
Maurizio Carbone
(percussioni etniche, berimbau) Mario Palmieri (voce narrante)
Stefano Cinque
(piano, tastiere)


partecipa Giuseppe Lodoli del Comitato Paul Rougeau



Marco Cinque e Maurizio Carbone


Mario Palmieri e Stefano Cinque


Manifestazione realizzata in sostegno di Fernando Eros Caro,
nativo americano di ascendenza yaqui rinchiuso da più di 25 anni
nel braccio della morte di San Quentin, in California.


- ingresso libero -

giovedì 14 agosto 2008

Concerto Poetico

Sabato 5 settembre 2008 - ore 20,30

Concerto Poetico

Rassegna di autori e autrici delle Marche
(special guest Marco Cinque)

presso la Galleria Antichi Forni di Macerata

musiche dal vivo:

Maurizio Carbone
(berimbau, tamburo a vento e percussioni etniche)

Marco Cinque
(Flauti etnici, marranzano, calimba)

- ingresso libero -

mercoledì 16 luglio 2008

Poeti da morire




Tag: altro

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Franca Commento da Franca su 19 Settembre 2008 a 9:48
Un grazie a Marco per il suo impegno. Franca.
nadia Commento da nadia su 17 Settembre 2008 a 14:21
I capi non versano il loro sangue, loro stanno al riparo ed aizzano i popoli uno contro l'altro, alimentando odio, intolleranza, discriminazione, plagiando la mente della gente con la profonda ignoranza, confusione e dipendenza dai loro sistemi corrotti, ipocriti e mafiosi su tutti i livelli e nessun governo si salva, ed il popolo spesso altro non e' che carne da cannone e da macello per i loro giochi di potere, come e' sempre stato e come sempre sara' a meno che non si inizia a cambiare dal di dentro e la gente inizi ad unirsi, ma i capi non permetteranno mai alla gente di unirsi, perche' l'unione fa' la forza....e mi torna in mente una frase di una poesia delle medie Sant’Ambrogio: ....e quest'odio che mai non avvicina, il popolo lombardo all'alemanno, giova a chi regna dividendo, e teme popoli avversi, affratellarsi insieme...la riporto qua sotto e come nel grande, i governi fanno lo stesso nel loro piccolo, mantenendo il loro popolo disunito, mal informato, spesso ignorante e confuso per poterlo regnare/sfruttare con facilita', e questo prosegue nei cerchi sempre piu' piccoli, perche' l'animo dell'uomo oscuro che ha acquisito potere, e' spesso lo stesso, e gli animi bianchi invece sono da sempre stati flagellati, torturati e messi a tacere in partenza, e senza permettergli di fare un lavoro di risanamento. L'intero pianeta e' in mano alle forze oscure, e non sara' facile combatterle, perche' sono state annidate dentro di noi dai potenti.

Sant’Ambrogio

Giuseppe Giusti

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per antitedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco,
a me che, girellando una mattina,
capito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.
M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di promessi sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.
Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebbe Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali:
difatto, se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a’ Generali,
co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio diritti come fusi.
Mi tenni indietro; ché piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo:
scusi, Eccellenza, mi parean di sego
in quella bella casa del Signore
fin le candele dell’altar maggiore.
Ma in quella che s’appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,
di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscìan le note
come di voce che si raccomanda,
d’una gente che gema in duri stenti
e de’ perduti beni si rammenti.
Era un coro del Verdi; il coro a Dio
là de’ Lombardi miseri assetati;
quello: O Signore, dal tetto natio,
che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io
e, come se que’ cosi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente.
Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello
dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma cessato che fu, dentro, bel bello
io ritornava a star come la sa:
quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro
un cantico tedesco lento lento
per l’âer sacro a Dio mosse le penne.
Era preghiera, e mi parea lamento,
d’un suono grave flebile solenne,
tal che sempre nell’anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que’ fantocci esotici di legno,
potesse l’armonia fino a quel segno.
Sentìa nell’inno la dolcezza amara
de’ canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl’impara,
ce li ripete i giorni del dolore:
un pensier mesto della madre cara,
un desiderio di pace e di amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio.
E quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
«Costor», dicea tra me, «Re pauroso
degl’italici moti e degli slavi,
strappa a’ lor tetti, e qua senza riposo
schiavi gli spinge per tenerci schiavi;
gli spinge di Croazia e di Boemme,
come mandre a svernar nelle maremme.
A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno:
e quest’odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all’alemanno,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati insieme.
Povera gente! lontana da’ suoi,
in un paese qui che le vuol male,
chi sa che in fondo all’anima po’ poi
non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi».
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciolo,
duro e piantato lì come un piolo.
oissela Commento da oissela su 17 Settembre 2008 a 7:59
Visto che non si può fare a meno di versare il sangue, per dirla con Vian,
invitiamo i signori Presidenti a dare il buono esempio, andando a versare
il loro liquido rosso.
Da apprezzare l'impegno civile di Marco, che da tempo si batte contro
la barbarie della pena di morte.
Ciao
Oissela

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